Bramosi di ricchezze, i capi delle spedizioni consigliarono ai loro uomini di prestare la massima attenzione ai gioielli degli isolani.
I primi polinesiani sapevano levigare la madreperla, armonizzarla con altri materiali, come le piume della fregata, del parocchetto, dell’anatra e del gallo, così da formare delle composizioni multicolore dai significati simbolici, che esprimevano il prestigio, il rango sociale, la ricchezza.
I diversi elementi venivano uniti utilizzando trecce di capelli, spesso ottenute dalla barba di un vecchio, o trecce di foglie di pandano o gusci di cocco.
I costumi dei capi, le acconciature per le cerimonie, le corazze provenienti da Mangareva, nelle Isole Gambier, dalle isole della Società e, naturalmente, dalle Isole Tuamotu furono decorate in questo modo.
Lo spessore della conchiglia dell’ostrica <<Pinctada Margaritifera>> permise anche di fabbricare esche e utensili come il badile e il raschietto.
Gli europei furono sorpresi dallo scarso interesse che la perla in se stessa esercitò presso gli antichi.
Ciò fu generalmente attribuito alla mancanza di abilità tecnica.
Non potendo perforare la perla per incorporarla nelle loro creazioni ornamentali, e non avendo la stessa nozione di valore degli occidentali e degli asiatici, i polinesiani non sembrano averla considerata sacra o commerciabile.
Oggi la madreperla viene ancora utilizzata come moneta di scambio in alcune regioni del Pacifico, come l’Isola di Yap in Micronesia e in Papua Nuova Guinea.